Dalla Geopolitica della Rete all’Internet Quantistico

Intervista a Guglielmo Cassiani

Glauco Benigni è giornalista, sociologo, esperto di Global Communication e scrittore. Ha lavorato per vent’anni a “La Repubblica”, poi quindici anni in Rai. È autore e conduttore di programmi TV ed è stato consulente di grandi aziende (Eutelsat, Rai Trade, Sipra, Mediaset). Sulla rete, gestisce un canale Youtube, una pagina Facebook e un blog. Attualmente è presidente della Web Activists Community. Tra i suoi libri: Re Media (1989), Apocalypse Murdoch (2003), Gli angeli custodi del papa (2004), Youtube. La storia (2008), Web Nostrum (4 volumi – 2015).

Che cosa è rimasto della prima fase di gestione militare nell’Internet di oggi?

Non sappiamo moltissimo. Trattandosi di questioni militari bisogna per lo meno distinguere tra ciò che è stato reso di pubblico dominio, ciò che è visibile, ciò che è stato desecretato e ciò che invece è rimasto segreto. Sappiamo che negli anni ‘60 e ‘70 il Ministero della Difesa americano gestisce, in tempi diversi, due reti “dedicate”: prima ARPA e poi ARPANET. Sappiamo anche che negli anni ‘80 questa rete viene, ufficialmente e lentamente, usata sempre meno, perché poi sostituita da MILNET. E siamo nel 1983. Da quel momento in poi, si menzionano diversi accordi multilaterali, ma per contro resta in piedi, e in qualche modo si rafforza, la difesa della sovranità digitale nazionale da parte dei governi del mondo che ne hanno facoltà. Nel quadro generale di questi accordi, sappiamo che la Russia, nel 1998, apre un tavolo di discussione sulla Governance di Internet. L’ONU scende in campo nel 2005, l’UE nel 2016, seguono il Consiglio d’Europa, la NATO e la Shanghai Cooperation Organization, cioè i paesi aderenti al cartello dei BRICS. Il G20 comincia a discuterne dal 2015. La Cina nel 2015 sigla un accordo bilaterale con gli USA e nello stesso anno fa un accordo con la Russia. Sono tutti tentativi che affrontano parzialmente la questione generale; cioè: da una parte i trattati internazionali, in cui si dicono cose apprezzabili e sostenibili; dall’altra la difesa della sovranità digitale e nazionale. È ovvio che in accordi di questo genere, ancorché finalizzati dal punto di vista militare, confluiscono importanti elementi che devono tutelare anche la geopolitica e il commercio. Tentiamo degli esempi. Se si consente ad un paese ostile, grazie a strumenti di cyber-guerra, di compiere azioni non previste negli accordi, come lasciare una nazione senza energia, si fanno danni notevoli. Un caso eclatante fu l’uso del virus Stuxnet: un attacco compiuto da Israele e USA per limitare l’arricchimento dell’uranio in Iran. Tutto sarebbe avvenuto secondo fonti sia smentite che non smentite. Le certezze sono molto fragili, poiché gli eventi si svolgono in un’area grigia creata dalle azioni e reazioni dei rispettivi ‘stati profondi’. Cosa vuol dire tutto ciò? Vuol dire che la cyber-guerra esiste ma è una realtà molto ambigua. Ufficialmente l’attacco veniva fatto per scopi civili ma, in realtà, era anche un attacco militare fondato sull’ipotesi che gli iraniani con quell’uranio arricchito ci facevano anche le bombe atomiche. Un altro aspetto molto importante è che noi siamo in grado di avere informazioni abbastanza precise solo su come si struttura il grande Occidente. I cinesi, i russi, gli stati islamici, non ci hanno mai raccontato con dovizia di particolari il modo in cui loro concepiscono quella che si può definire la cyber-guerra, cioè l’uso delle reti per motivi bellici. Sappiamo che per l’Occidente, ufficialmente, la cosa più importante in caso di cyber-guerra è la protezione dei civili. Questo è importante, perché avrebbero potuto esserci priorità diverse, invece la protezione dei civili appare in cima. Nel 2009 l’ex Presidente USA Barack Obama inaugura una sezione del Pentagono che viene definita Cyber Commandos. Questo ci dice che c’è un gruppo di umani che vengono regolarmente addestrati alla cyber-guerra, ma anche che all’interno della Rete si mantengono delle porzioni attive che sono l’eredità di ARPA,  ARPANET e MILNET. Obama viene seguito da inglesi, tedeschi ed estoni. Le repubbliche baltiche sono sempre state ossequiose della difesa dei valori occidentali, da quando è caduto il muro di Berlino e sono uscite dal Patto di Varsavia. Ufficialmente la paura è l’intrusione nelle questioni interne da parte dell’ex impero sovietico. Nel 2007 c’è stato un attacco alle infrastrutture dell’Estonia. Chi ha fatto l’attacco realmente non lo sappiamo. In questi casi le ipotesi sono tante: c’è un attacco ufficiale da parte di un soggetto evidentemente antagonista, ma se nessuno “rivendica” non si ottengono certezze sulla sua identità. In tal caso l’attacco potrebbe anche essere stato fatto “in casa”, da una porzione dell’opposizione interna; oppure gli antagonisti sono diversi da quelli che sembrano. Poi esistono varie altre sottoipotesi, soprattutto se l’attacco è contro obiettivi industriali e/o commerciali. Ma qui sconfiniamo in altri campi. Tra i diversi tipi di attacchi, quelli finanziari vengono quasi sempre rivendicati dagli hacker. Ma chi sono gli hacker? Di quali nazionalità sono? Quali sono le loro vere finalità? Perché viene spesso richiesto il pagamento in Bitcoin o in altre criptovalute per garantire la fine dell’attacco? Questo fatto ha amplificato l’immagine dei Bitcoin su tutti i giornali. Era questo l’obiettivo finale? Per concludere. Le parole d’ordine, in caso di guerra digitale, sono: protezione dei civili, protezione delle dorsali (rete telefonica e/o satelliti), protezione della rete elettrica, protezione delle postazioni militari a difesa di queste dorsali.

Mi ricollego agli hacker per passare alla seconda domanda. Il termine hacker inizialmente non aveva una connotazione negativa, erano ricercatori del MIT che si erano dati questo nome. Quei ricercatori hanno sviluppato il nucleo della cultura libertaria ed egalitaria di Internet. Quanto è rimasto oggi di quella cultura?

Bisogna capire che non sono solo la scienza e la tecnologia che regolano e danno conto della realtà digitale. Nella gestione complessiva confluiscono molti aspetti e quindi sono anche la Geopolitica, l’Etica e la Letteratura sapienziale che danno conto della realtà. Che cosa vuol dire? Se noi andiamo a vedere, all’inizio un gruppo di esseri umani cominciano ad accumulare conoscenza e diventano importanti – se non indispensabili – grazie ai loro brevetti. Hanno capacità di intervento e ritengono, per esempio, che la commercializzazione estrema della rete, il perpetuarsi della divisione in classi, che in questo caso diventano anche “classi di informazione”, a loro non sta bene. Negli anni ’90 per esempio nel dibattito confluì il concetto di digital divide e della divisione in classi caratterizzate dalla velocità di accesso. A quel tempo, alcuni scienziati e web experts che si definivano hacker ritennero di intervenire, sostenendo molte posizioni egalitarie tra cui  l’open source, il no copyright e l’idea di net-neutrality che venne adottata anche da alcune istituzioni. Alcuni interventi degli hacker furono garbati, ufficiali, accademici. Ma poi entrò in ballo – a mio avviso – la “parte buia e intollerante”. Alcuni interventi, mossi da ”passione digitale”, sono stati effettuati con metodi aggressivi e talvolta violenti o paramilitari. Vero o falso? Non lo sappiamo. La narrazione ci dice che ci sono stati degli interventi estranei al dialogo ufficiale: inaspettati e unilaterali. Questi interventi hanno concesso ai media mainstream, cioè a uno dei soggetti che conferisce valore e denomina le attività nella contemporaneità, di definire gli hacker “negativi”, prossimi se non addirittura coincidenti con i terroristi. Tra gli attivisti in rete, in parte, è successo il contrario e la denominazione hacker mantiene un valore ben diverso. Faccio un paragone provocatorio: qualcuno chiamò “terroristi” i combattenti per le libertà di alcuni territori. Per altri invece erano “eroi” (vedi il caso di Assange):  “dipende dalla divisa che indossi” – dichiarò un giorno un capo del Mossad intervistato sull’argomento da Johnatan Randal giornalista del Washington Post. E in effetti il senso che si dà alla realtà dipende dalla “divisa mentale” che ognuno di noi indossa.  Comunque, nel momento in cui gli hacker sono stati definiti negativamente dai media mainstream, è scattata la caccia all’hacker. Qualcuno è stato “preso con le mani sul mouse” e rischiava anni di galera. A quel punto il potere ufficiale fa spesso un’offerta: passi con noi? Molti, o perché erano propensi o perché non potevano fare altrimenti, sono passati dall’antipotere a lavorare con i servizi segreti. A quel punto come vengono utilizzati? Non lo sappiamo.

In un intervento, lei aveva sostenuto che la democrazia come la conoscevamo noi è morta, sostituita dal Multi-stakeholder System. Come funziona questo sistema di Governance?

La Governance di Internet ovviamente dipende da una sequenza di fatti storici. Alcuni più rilevanti di altri. Quando si decise negli Stati Uniti di rendere pubblici i brevetti che avrebbero consentito la nascita del dialogo tra le reti, la domanda fu: quale sarà il soggetto che entra in possesso dei brevetti? Questo va chiarito, perché questo soggetto all’origine diventò madre e padre di Internet. Ebbene, gli americani conferirono il controllo al Ministero del Commercio. Questo vuol dire che la centralizzazione governativa, dalla quale nascerà il vero e proprio Big Bang di Internet, coesiste con una visione prevalentemente commerciale e mercantile. Poi il controllo passò all’ICANN, ovvero in estrema sintesi “l’anagrafe di Internet”. Questa Corporation ad un certo punto venne affiancata nella visione programmatica dalle Nazioni Unite, in particolare dall’ITU di Ginevra che dal dopoguerra si occupava di global communication e che rilascia gli standard operativi. La ITU all’inizio era esclusivamente intergovernativa, poi però è diventata mista, perché ha accolto all’interno del suo dibattito la visione delle grandi aziende, concedendo loro, di fatto, di partecipare alle decisioni. Ed è qui che si applica l’idea dello Stakeholder System. Una cosa infatti è il sistema di voto dell’ONU che idealmente si ispira al concetto “One nation, one vote” e che rimanda alla rivoluzione democratica figlia della Rivoluzione Francese, la quale porta avanti la difesa dell’uguaglianza e dei diritti universali incarnati a loro volta nelle varie costituzioni. Al dunque una democrazia è connotata dalla “difesa dei diritti”. Che cosa succede invece oggi nelle grandi assemblee internazionali tra cui l’IGF (Internet Governance Forum)? La Governance di Internet, ispirata dallo Stakeholder System è orientata dai “portatori di interessi”, i quali decidono liberamente di non voler/dover sottostare all’idea di “uguaglianza classica” e assumono decisioni tenendo conto dei propri interessi, piuttosto che dei diritti di tutti. Questo è stato adottato oggi quale sistema di concertazione, che produce solo esili norme per non disturbare il liberismo. Nel corso di una convocazione (“call”) fatta dall’ONU nel 2005, a Tunisi, si conclamò l’idea di Multi-stakeholder System. E pertanto si va avanti così.

Chi sono i portatori di interessi? I governi ovviamente, nel loro ruolo di tutori e garanti della sicurezza. Poi ci sono i veri portatori di interessi economici, cioè i mercanti/mercati, ovvero le aziende organizzate nel grande sistema che io definisco Global Corporation System, dove confluiscono le multinazionali che contano, che fanno profitti, che fanno la pubblicità e che quindi organizzano il consumo planetario. Queste aziende hanno tre aree di riferimento: produttori, venditori e tecno-aziende. Vanno distinte perché è quasi sempre dalla dinamica e dall’equilibrio delle loro posizioni che scaturiscono le norme. Se tra i Giganti permane dissenso la norma non si fa, si agisce in deregulation e si attende che la concorrenza nel mercato individui le tendenze dominanti.  

Il terzo stakeholder è la Società Civile, che idealmente rappresenta tre miliardi e mezzo di utenti. Solo che il costo della partecipazione agli incontri, che si svolgono nelle diverse capitali del mondo, fa da deterrente in molti casi e quasi mai i veri membri della Società Civile hanno facoltà di seguire gli eventi. Allora è successo che “qualcuno” ha costruito una rappresentanza di comodo della Società Civile, inventando e finanziando le grandi ONG, le quali operano e siedono al tavolo della Governance grazie a risorse che spesso rimangono occulte. Si suppone dunque che ci siano dei manovratori e il maggiore di costoro – secondo alcune fonti – potrebbe essere George Soros. Qualunque associazione tra umani teoricamente è invitata a venire al tavolo delle negoziazioni dell’IGF. I Sindacati e le Assocazioni di consumatori,  per esempio, potrebbero portare il loro contributo, ma non si manifestano. A me, che sono presidente della Web Activists Community, piacerebbe vedere seduti gli utenti di base a negoziare, ma gli utenti di base bisogna saperli organizzare, dar loro una sigla di riferimento, assumerne la rappresentanza, trovare degli scopi condivisi da perseguire e trovare il denaro per fare tutto ciò. Questa sequenza di azioni si sta rivelando quasi impossibile per la Società Civile attiva in Internet.

Il quarto soggetto sono le accademie. Perché molte posseggono brevetti che sono tuttora fondamentali per il funzionamento della rete Internet. Non solo. Molti ricercatori, finanziati dalle accademie non occidentali hanno stimolato l’intelligenza digitale collettiva. Cina, Russia e India, per esempio, producono una massa di intellettuali e ricercatori i quali hanno tutto il diritto – e l’interesse – di andare a negoziare. Specialmente ora che si comincia a parlare di gestione delle reti da parte di machine learning: intelligenze (?) artificiali auto-apprendenti. È vero che la ricerca la fanno anche i centri specializzati delle aziende, quindi in questa area c’è un confronto tra portatori di interessi privati orientati al profitto e portatori di interessi pubblici orientati alla ricerca tout-court.

Sono tredici anni che tutti gli stakeholder si interrogano e si incontrano per discutere durante gli appuntamenti definiti IGF (Internet Governance Forum) ma non producono, come ci si potrebbe aspettare, il mega trattato con le giuste norme. La loro missione auto-riconosciuta è ormai limitata a mantenere il dialogo, perché è intervenuta un’altra questione. Se dovessero confrontarsi a brutto muso, infatti, a quanto sostengono gli stessi governi, la Rete si spezzerebbe in diverse aree. Semplicemente  perché gli interessi dei governi democratici sono diversi da quelli autocratici. La rete ama auto-connotarsi come portatrice dei valori di libertà di opinione, di libero scambio di merci e servizi e di libera circolazione dei capitali. Queste affermazioni idealmente interessano tutti e anche i membri della Shanghai Cooperation Organization, in nome di questi valori, hanno fatto un piccolo passo indietro, rivendicando comunque il fatto che gli IP nazionali, invece di essere loro rilasciati da ICANN, siano rilasciati dall’ITU. Tra le questioni in ballottaggio per anni:  l’interoperabilità, l’accountability e la Net Neutrality. Ma la Net Neutrality oggi sembra morta e sepolta. Dopo tanto tempo si sono detti che era inutile raccontarsi fesserie, perché la rete “non è neutrale”. Sarebbe come dire che sull’autostrada tutti dovrebbero avere la stessa cilindrata. Chi è in grado di pagare una rete più veloce e potente, avrà quel servizio. Gli altri andranno più lentamente. Non solo. Le società telefoniche non garantiscono la fornitura del segnale da cavo nelle valli sperdute o negli arcipelaghi remoti. I costi sono troppo alti per i privati, non conviene, e quindi o lo fa lo Stato o lo fanno i privati via satellite, anche se il servizio è meno efficace e più oneroso per gli utenti finali. Il recente lancio dei primi 60 satelliti orbitanti a bassa quota da parte di Elon Musk, che prevede di lanciarne altri 4300 nei prossimi 6 anni , ha lasciato il mondo a bocca aperta. “Così si oscura il cielo”, “Le orbite basse dell’atmosfera diventeranno uno sfasciacarrozze” hanno titolato i giornali. Ma la Federal Communication Commission e la NASA si sono dichiarate – a certe condizioni – favorevoli e non c’è stata nessuna protesta ufficiale dei Governi. Tutto ciò è consentito perché la premessa è: noi, grandi protagonisti del futuro di Internet, agiamo “in virtù degli interessi”. Se fosse “in virtù dei diritti” la situazione sarebbe diversa. È bene capire e registrare dunque che c’è stato un cambio epocale di paradigma e che alcune richieste degli utenti, espresse nella tradizione dei diritti, non avranno alcun futuro. 

Lei sostiene dunque che questo Multi-stakeholder System sta orientando l’opinione pubblica e gli stili di vita. Quale è la direzione? Quale è la tendenza a lungo termine?

Come si può ben intuire, chi fa la parte del leone nella Governance di Internet sono le aziende, che all’inizio erano prevalentemente grandi corporation digitali e che poi si sono messe al servizio delle corporation di produzione e distribuzione delle merci e dei servizi. Queste aziende, ossessionate dal profitto e dal proprio valore in Borsa, si muovono lungo la grande rotta del (si può chiamare) post-capitalismo, neo-liberismo o imperialismo mercantile. Questo processo rappresenta la morte delle ideologie e la nascita del controllo degli stili di vita. Oggi è indifferente quali opinioni politiche si abbiano, l’importante è che gli individui consumino alcune merci e servizi determinati che li connotano giorno dopo giorno. Sono indifferenti anche il colore della pelle o la religione o l’orientamento sessuale ovviamente. L’organizzazione degli stili di vita non è più derivata dalla visione dell’800 e ‘900, che prevedeva classi sociali, sfruttamento e antagonismo tra di esse, ecc. Il consumismo ha uniformato quasi tutto. Lo stesso bene, lo stesso servizio viene e deve essere accolto e consumato da individui appartenenti a diverse fazioni, partiti, etnie, religioni. Il grande alfiere di questo passaggio di visione storica è stato Rupert Murdoch. È stato investito di una tale missione da realizzare con la TV commerciale, in primis dal governo americano e da quello britannico, e inoltre da altri grandi potentati, probabilmente anche logge massoniche e pezzi della finanza che conta. 

 

Ovviamente c’è dinamica tra stile di vita e stile di pensiero, ci mancherebbe altro. Ma lo stile di pensiero molto spesso va in ombra a favore dello stile di consumo. Tuttavia i due aspetti continuano ad interagire. Tutta questa operazione si sostiene e si realizza attraverso la propaganda, cioè un mix di alcune forme di comunicazione tra cui quella privilegiata, ovviamente, è la pubblicità. Ma non è la sola. Oltre alla pubblicità le élite globali usano i testimonials, il cinema, la fiction e le news. Usano anche la letteratura, il teatro. È sempre successo, soltanto che non era mai successo in una scala così rilevante. Da quando infine si è scoperto che attraverso internet si possono contattare a grande velocità –  e a costi molto più bassi di prima – miliardi di persone, i boss di internet hanno sostenuto la nascita delle grandi community. Google-Youtube è stato il primo costruttore di community così numerose. La sua nascita conclama un altro cambio di paradigma: se prima c’era una distinzione tra produttori e fruitori di contenuti, con Youtube si inventa lo User Generated Content, cioè i contenuti generati dagli utenti. Un serbatoio infinito di idee e di utenti che forniscono contenuti gratis. Una parte di questi contenuti fanno milioni o addirittura decine di milioni di spettatori; in quella parte la pubblicità inserita genera altissimi profitti. Le aziende che fanno pubblicità (inserzionisti) tendono a trattare sempre meno con gli editori di stampa e TV. Soprattutto il gestore delle comunità accetta di svendere gli spazi dei propri utenti. Se una volta l’inserzionista doveva trattare con gli editori, adesso deve farlo con i Social Network  ma ad una frazione di quello che gli costava prima.

La Web Activists Community, nata in Italia, è una delle associazioni che ha tentato di creare un tavolo di negoziato al riguardo e di rappresentare i creatori di contenuti. Tra gli scopi c’era quello di dare la consapevolezza che questo lavoro volontario deve essere retribuito in base ad accordi collettivi fatti a monte e non a trattative individuali fatte a valle della produzione di contenuti. Nel momento in cui carichi un contenuto su Youtube, gli concedi i diritti. Questo appare chiaro, ad esempio, nel regolamento di un nuovo social, Dada, che raccoglie visual frame, immagini, arte. Quando carichi qualcosa, resta tua, ma il copyright da un solo soggetto si estende ad altri soggetti: alla comunità, ai suoi membri tutti e ai gestori, i quali si riservano di inserire pubblicità proprio perché sono anche “aventi diritto”. Questa cosa è stata resa possibile dal Millennium Copyright Act, il testo voluto da Clinton e Gore per poter stemperare il discorso sul copyright, altrimenti la cavalcata di Internet avrebbe avuto un freno. Quando ci si iscrive e si accetta il regolamento, si permette a Youtube di fare questa azione legalmente. Questo fenomeno è andato avanti nell’assenza totale di intervento , sia degli utenti che delle varie authorities off USA. Lo steso vale per Facebook e per le altre Comunità. La Agcom italiana non ha mai messo bocca su questo. C’è qualche timido cenno nelle direttive UE, ma comunque non si difende il valore del copyright degli utenti. L’ultima direttiva tenta invece di privilegiare i piccoli e medi editori “classici” che hanno chiesto a Bruxelles di tutelare i loro interessi. 

Il motore di tutta la vicenda è il concetto di fair use, il quale significa che dentro la comunità puoi far circolare o modificare un contenuto a condizione che non ci sia guadagno per nessun membro della comunità. Però quando i gestori inseriscono la pubblicità, il fair use è messo da parte; c’è transito di denaro e guadagno. È il mercato che spinge in questa direzione in assenza di negoziati tra membri della comunità e social network. Tutto questo succede perché non c’è una Governance adeguata allo spazio in cui opera internet, cioè globale. Come abbiamo visto prima non c’è e non può esserci. La Governance di una attività multi-territoriale si realizza in due modi: o ci sono soggetti egemoni che la impongono di fatto oppure si mantiene il dialogo tra interessi antagonisti fin quando non si crea un’opportunità favorevole a qualcuno. 

Prima ha citato l’intelligenza auto-apprendente. Che prospettive ci sono da questo punto di vista e nel raccoglimento dei Big Data?

Il governo USA guidato da Bush Jr., nell’ottobre 2001, ha consentito alla NSA – National Security Agency, alla CIA e all’FBI, con il Patriot Act, di imporre, alle aziende che ne entrano in possesso, la cessione di ogni dato all’apparato di Intelligence nordamericano. Esistono dunque grandi server dove sono tenuti in ostaggio tutti i nostri corpi digitali, cioè i nostri dati personali, i profili anche i più intimi e riservati. Queste informazioni/dati vengono raccolte, archiviate e rese accessibili secondo parole chiave, dette “tag”. Una delle funzioni più importanti degli algoritmi è selezionare e gestire i tag. Hai detto tre volte NSA durante una conversazione telefonica? Hai scritto su Facebook: Al Qaeda, Assad, Assange, Snowden? Oppure, in tempi recenti, hai menzionato cure alternative ,diverse dai vaccini, per la Pandemia di Corona virus ? L’algoritmo cattura il messaggio e va a controllare chi sei. Ci sono quindi dei soggetti che si sono attribuiti il controllo totale. Il controllo viene esercitato soprattutto per motivi di cyber-guerra e antiterrorismo, ma anche limitazione delle manifestazioni di dissenso. Si può essere dissenzienti dunque fino ad un certo livello, perché i controllori conoscono gli effetti potenziali del dissenso di ognuno. Siccome ti conosco e ti controllo, sono in grado anche di bloccarti. Come lo faccio? Inizialmente in modo soft: ti chiudo l’account per farti capire, poi ti blocco la monetizzazione. Infine, se insisti, proseguo con la forza. Quale è l’obiettivo? Eliminare la possibilità di dissenso nel pianeta agendo sul bipolo libertà/controllo. A favore di chi? Anche in questo caso la risposta è vaga, perché il dissenso cambia a seconda del punto di osservazione. Ormai addirittura i Governi si possono controllare a distanza e in segreto; e questo ha creato una forma di anonima sorveglianza reciproca prima impensabile. È l’equilibrio del “non detto” e dell’indicibile: “Io so che tu sai che io so, ma ambedue ci comportiamo come se non fosse”. Non siamo noi (Società Civile, Parlamenti, Istituzioni Internazionali) a decidere in quale momento i Big Data sortiranno effetti disastrosi. Ad oggi, tutti sanno, sono tutti scandalizzati ma niente cambia. È una situazione inedita e paradossale.

Nel tuo testo “Nè vero nè falso” si ipotizza un teoria quantistica della Rete che descrive questa situazione di paradosso. Può essere la base di un nuovo paradigma? Rappresenta il nuovo paradigma dell’equilibrio del caos e dell’indeterminazione? 

Dentro i grandi centri della ricerca, il MIT, la Stanford University, le Università cinesi e russe e indiane,  e un po’ dovunque, si stanno confrontando sulla questione. Già da un po’ si è adombrata questa ipotesi. Recentemente si è capito che dentro Internet ci troviamo in una situazione che viene definita, in ambito accademico e internazionale, una “sovrapposizione degli stati”. Secondo me, Internet è un’altra dimensione  paragonabile all’atomica e alla subatomica. La “manifestazione” al suo interno  è “inevitabilmente indeterminata”. Un contenuto digitale, nelle sue diverse forme comunque riconducibili a sterminate sequenze di zero-uno, si può manifestare come onda o come particella. Si può annichilire, si può riprodurre in modo virale, si può spostare alla velocità della luce o comunque ci va vicino. La bipolarità della coincidenza a sua volta rimanda alla multipolarità della lontananza. Dentro Internet noi possiamo far coincidere gli opposti e ottenere effetti di entanglement. Per esempio durante il livestreaming, se noi modifichiamo l’oggetto durante il “capturing/ripresa digitale”, otterremo modifiche identiche, in tempi che tendono a zero, in ogni riproduzione dell’orignale che sta circolando in rete. Questo è il punto. Come mai? Perché ce lo consente la “nuova dimensione”. All’interno dello stesso sistema di trasporto segnale e di schermi diversi, nello stesso tempo possono convivere aspetti ed elementi che erano contrapposti nello spazio-tempo newtoniano. Per capire il futuro di Internet dobbiamo passare dall’analisi della dimensione materica e newtoniana ad una nuova dimensione. Internet agisce in uno spazio diverso rispetto alla dimensione materica, uno spazio che tende ad infinito. Il Tempo e la velocità di accesso, trasporto, riproducibilità e reperibilità negli archivi, invece tendono a zero. Le relazioni di gravità intese quali attrazione di consenso/dissenso fra i contenuti presenti al suo interno non le conosciamo ancora. Una informazione che diventa virale idealmente deriva a infinito nel cyberspazio e contemporaneamente “attrae” manifestazioni di consenso, con una azione  gravitazionale sconosciuta, e crea poli che prima non esistevano a grande velocità. Una “manifestazione” può attrarre fino a centinaia di ilioni di osservatori/spettatori quasi contemporaneamente e metterli in condizione di interagire tra loro. Questo non neanche è pensabile nella dimensione newtoniana. Prima l’aggregazione di consenso era organizzata in modo molto più faticoso, con regole che dovevano rispettare una gerarchia sia temporale che spaziale. Un soggetto potente dentro Internet, invece, è in grado di creare poli di attrazione generando territori digitali sempre nuovi e, a mio parere, lo fa utilizzando strumenti a noi poco noti e agendo in un campo di indeterminazione. Nel senso che nessuno è sempre sicuro dell’effetto che otterrà, nonostante gli algoritmi siano fondati sulle certezze della matematica pura. In questo contesto la Verità, come è concepita nella tradizione, non esiste più. Esiste la misurazione in progress dell’uniformità tendenziale che si aggrega e disaggrega in continuazione. È un concetto molto diverso da quello di Verità, è appunto un concetto tipico di un’altra dimensione che deve tener conto dell’indeterminazione.

Tuttavia questo concetto non è nato per organizzare la società, ma è comparso in corso d’opera. C’è stata una “volontà” che ha gestito questo passaggio?

Qui si entra nel campo delle bipolarità coincidenti. Faccio un esempio. In Internet si manifesta l’intelligenza collettiva o si auto-crea l’intelligenza collettiva? Cioè: è nato prima l’uovo o la gallina?  Questa sembra la domanda delle domande. Ma è solo un cul-de-sac dell’intelligenza, una serie di nomi significanti che travalicano l’esistenza dell’Uno; e lo chiamano “Due”. Se si concorda con la prima ipotesi, vuol dire che la mente collettiva preesisteva a tutto ciò che si è realizzato; se invece si auto-crea, significa che un gruppo di intelligenze, in parte naturali-organiche e oggi in parte anche artificiali, stanno operando affinché si verifichino degli avvenimenti invece di altri. Il problema del computer quantistico è l’ingegneria dei sistemi. Chi costruisce le infrastrutture di Internet, non ha una adeguata ingegneria dei sistemi. Sanno che accadono delle cose ma ancora non sanno gestirle completamente. Quando accadrà, ci saranno nuovi problemi da affrontare. Credo che in più casi ci sarà Qualcuno, forse un matematico, che invece del pulsante rosso premerà quello blu o viceversa e ci saranno delle conseguenze. Speriamo che sia un matematico “esoterico”, come Pitagora. Attualmente i matematici non sono altro che l’alibi del potere. Ma qual è l’Etica del Potere? O ancora: il Potere si pone questioni etiche? In ogni caso Noi non sappiamo più Chi ha il dovere/diritto di formulare il quadro etico di riferimento; in che Modo si dovrebbe farlo; con quali Finalità e così via.

L’Internet quantistico viaggia verso/dentro una sfera senza confini di apparente trascendenza, che qualcuno magari tenterà di riorganizzare in chiave razionale, definendola Transumanesimo, ma sempre trascendenza sarà. Per questo per comprendere Internet fino in fondo forse dovremmo leggere Ermete Trismegisto, il Tao e la Bhagavad-Gita. La grande teoria scientifica tende sempre più a confermare quello che già era stato tramandato oralmente migliaia di anni fa sulla coincidenza degli opposti: “L’uno è nel Tutto e Tutto è nell’Uno”; “dal Nulla nasce il Tutto”; “il Nulla non è Vuoto, il Vuoto non esiste”. Però l’intelligenza dominante contemporanea non si accosta in modo umile a tali tradizioni sapienziali, ma lo fa in modo arrogante e con intenti mercantili. E questo ovviamente sta creando molti problemi e rallentamenti nel percorso della Conoscenza. 

Nel saggio L’Età Ibrida di Ayesha e Parag Khanna, si esplora il futuro delle due tendenze convergenti dell’uomo che diventa macchina e della macchina che utilizza il DNA, come sostituto del silicio, per l’immagazzinamento della memoria. È una co-evoluzione uomo-macchina possibile?

La co-evoluzione è da sempre già qui e dovunque. Noi viviamo continuamente a ridosso delle nostre estensioni del corpo fisico, prima gli strumenti (l’aratro, la ruota, etc.), poi le macchine e oggi i device digitali. Siamo abituati. È assolutamente plausibile e, come già accennato, è quello che si diceva migliaia di anni fa ma con un nome diverso. Solo che invece di chiamarsi anima e materia, oggi si chiamano DNA e microchip. I soggetti-oggetti sono sempre “apparentemente opposti” ma in realtà interagiscono tra loro mentre si muovono descrivendo l’espansione della coscienza. 

In un film-documentario di Werner Herzog che trattava della nascita di Internet, viene posta una domanda agli intervistati, i padri della Rete. Questa domanda è: Internet sogna se stessa? Mi piacerebbe concludere l’intervista in questo modo.

Anche questo rientra nel discorso che la realtà è spesso più “letteraria” che non scientifica. Non escludo affatto che quella intelligenza collettiva, di cui parlavamo prima, sogni. Ma dobbiamo “definire” questo verbo. Cosa vuol dire che sogna? Immagina se stessa in spazi/tempi diversi? Riceve e/o si manda dei messaggi che arrivano da chissà dove e vanno chissà dove? Manifesta attraverso il sogno una fede nell’evoluzione collettiva e contemporaneamente atomizza ogni esperienza individuale? Certo. Tutte queste ipotesi mi fanno ritenere che Internet sogni se stessa. Zuckerberg e Jeff Bezos sognano “la loro” Internet. Tutti sognano Internet, come gli uomini hanno sognato l’architettura, la scienza, l’industria, la cultura, l’esplorazione dei mari e delle terre. C’è una grossa motivazione generata dai sogni in tutta la storia, Borges ce lo insegna. Il timone delle scelte è mosso anche dal sognare il futuro di quelle scelte. Nel caso di Internet, trattandosi di un macrosistema a  basso contenuto materico, il sogno è favorito.

Shakespeare scriveva: “noi siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni” e Marshall McLuhan aggiungeva: “C’è tanta strada da percorrere e le stelle non sono altro che stazioni di cambio lungo la via”. Io credo che avessero ragione.